Al cielo

Valerio Olgiati, Atelier Bardill a Scharans
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Pia Fasano A Scharans, un piccolo paese del Cantone dei Grigioni situato sulle Alpi, a oltre 2.000 metri di altezza, si trova una edificio rosso ruggine tempestato da un disegno floreale che ricorda i motivi degli antichi stampi scavati nel legno e usati per confezionare le forme di burro. Presenta la stessa sagoma delle case tradizionali di montagna, ma, al suo interno, è uno scrigno pieno di sorprese. Si tratta dell’Atelier Bardill, realizzato da Valerio Olgiati per il musicista e artista Linard Bardill. Il permesso di costruire all’edificio è stato concesso dalle autorità locali solo a condizione che la nuova architettura avesse esattamente lo stesso volume del vecchio fienile che andava a sostituire. Ed è proprio a partire da questo vincolo che l’architetto libera la sua fantasia e realizza un oggetto affascinante, che muove dalla tradizione e che al tempo stesso la travalica, che dialoga con le forme che lo circondano e che comunque non intende mimetizzarsi nel paesaggio. Se al suo esterno conserva il volume dell’originario fienile, procedendo verso l’interno si scopre un mondo inaspettato: nessun tetto a falde, nessuna distribuzione degli spazi consueta, niente di ordinario. Una stanza da lavoro, che occupa poco meno di un terzo di tutto l’atelier, si apre attraverso un’ampia parete vetrata verso uno spazio all’aperto, con un morbido prato verde e un grande occhio spalancato sul cielo, come a captare luce e aria. Da qui, è possibile alzare gli occhi verso il cielo e vederne i suoi umori cambiare, assistere alle variazioni di luce durante le stagioni, stabilire una relazione con il tempo, con il clima. Le pareti, in cemento armato, sono trattate allo stesso modo dell’esterno. Uno spazio essenziale, dunque, pensato per la meditazione, per l’ispirazione, per la creatività. La stanza da lavoro è semplicissima: prevede alcuni banconi e un camino ricavato in angolo, di fronte al quale si trova la celebre poltrona del 1956 su design dei coniugi Eames. Unica concessione al lusso. Di notte, una sequenza di luci puntuali a soffitto illuminano delicatamente lo spazio. L’atelier fa eco all’architettura rurale, ma al tempo stesso si distingue per il suo colore e per i suoi interni. Tuttavia l’atelier non intende negare il luogo nel quale si inserisce: se è vero che attraverso le sue componenti cromatiche e la sua organizzazione interna ne prende le distanze, al tempo stesso, oltre a conservare un profilo esterno comune a quello delle costruzioni che lo circondano, intesse un rapporto di relazioni visive fra i suoi ambienti interni e il paesaggio. Attraverso alcune bucature sulla sua pelle, infatti, l’atelier si mostra all’esterno e lascia che questo penetri nel suo cuore. Da queste interazioni/interferenze nasce un gesto poetico, singolare, capace di rapire l’immaginazione dell’artista proprietario e dei visitatori. A prescindere dalla tinta che tratteggia la personalità di questo edificio, destinato a suscitare stupore e meraviglia, ad essere distinguibile attraverso il suo linguaggio emozionale, unico, originale, Olgiati sembra operare, come scrive Michele Costanzo, «nella riduzione dei materiali, delle tecnologie e degli elementi costitutivi, realizzando in questo modo un’architettura ricca di sorprese, in cui si coniugano precisione concettuale, abilità artigianale e creatività artistica». L’atelier Bardill è, in questo senso, un’architettura e un’opera d’arte, uno spazio da vivere ed una scultura, nel quale Olgiati procede «per via di levare e per via di porre».